mercoledì 25 novembre 2020

Maradona addio! Il più grande giocatore della storia del calcio se n'è andato a 60 anni.

Stupore e incredulità. Lo stesso stupore e la stessa incredulità che provavo, tanti anni fa, di fronte alle prodezze sempre nuove, sempre abbaglianti, sempre prometeiche del più straordinario calciatore mai nato. Stupore e incredulità. La notizia mi raggiunge via radio, mentre sono in automobile. Dall'Argentina la notizia della morte di Diego Armando Maradona. Che stesse male e da tempo era noto; che avesse di recente subìto un delicato intervento chirurgico anche; che fosse scampato, lungo la scoscesa via dei mille eccessi seguiti allo splendore incandescente del campo, a molti agguati della vecchia con la falce pure. Tutto questo era noto, ma che Maradona potesse morire, ecco, questo era impossibile da pensare. Perché gli eroi non muoiono. E non dovrebbero morire. E Maradona era stato un eroe. Un eroe del Sud del Mondo, cresciuto dentro una delle tante ville miseria di Buenos Aires, ed era asceso alla gloria imperitura. Gli scudetti contro la storia a Napoli, il Mondiale 1986 contro le leggi della fisica, con l'Argentina. Con quel sinistro fabuloso e incantatore, che con la palla amoreggiava senza bisticci, ricambiato, tramutando in successi inaspettati tutti i sogni più avventurosi. Maradona aveva conservato lo sguardo timido del ragazzetto che, a dieci anni, intervistato dalla televisione argentina, dopo aver regalato palleggi e giocate da prestigiatore, diceva di voler giocare un mondiale con l'Argentina e di volerlo vincere: due sogni aveva, quei due. Li avrebbe realizzati entrambi. Menotti non lo convocò ai mondiali di casa del 1978, lasciando a Kempes e Passarella e Ardiles il compito di portare acqua al mulino dei colonnelli. Meglio così. Maradona era già un fenomeno, che solo di lontano poteva rassomigliare a Sivori, fortissimo ma senza un decimo della forza dirompente e del carisma di Diego Armando, o a Rivelino, brasiliano, mancino va da sé, idolo d'infanzia del medesimo Maradona. I due sommati e moltiplicati per dieci non potevano valere un decimo di Maradona. E sia detto con rispetto per quei campioni veri. Il problema è che Maradona era di un'altra pasta. Veniva da un altro mondo. Giocava un altro calcio. Nessuno ha saputo prendere per mano squadre, oneste e modeste, e portarle al trionfo come ha fatto lui. Nessuno ha saputo elevare il livello di gioco dei compagni come ha fatto lui. Nessuno, in nessuno sport. L'identificazione simbiotica e romanzesca che visse con Napoli, trascinata due volte sul tetto d'Italia fu emblematica e, mi si lasci dire, metacalcistica perché antistorica. Maradona fu il novello Masaniello, cui il popolo, tutto il popolo, però, mai voltò le spalle, continuando a sentirne e subirne e impetrarne fascino e malia anche quando Maradona se ne andò. Via dall'Italia nel marzo del 1991 è come se fosse oggi. Perché gli eroi, Maradona fu un eroe magnifico, possono fermare il tempo e lo fermano. I suoi gol, quella punizione dentro l'area contro la Juve di Tacconi a Torino, il gol contro l'Inghilterra a Messico '86, le giravolte e le rabone, e i mille calci che non riuscivano ad atterrarlo - perché Maradona aveva nelle cosce e nel tronco una forza erculea, che se ne strafotteva dei suoi 165 cm - quei tiri mai violenti e sempre vincenti, quelle inesorabili carezze al pallone, tutto questo non è passato e non passerà. Non c'è Pelé che tenga, figuriamoci Messi. Maradona è stato, anzi, è, il più grande giocatore di ogni tempo. Perché è oltre il tempo. Maradona è morto e con lui se ne va, rattristata ma fiera, una parte della nostra giovinezza. Eppure Maradona è giovane, perché gli eroi sono giovani e belli. E noi possiamo illuderci di rimanere - e forse davvero restiamo - i ragazzi che eravamo allora, quando, anche tifando per altre squadre, ci dicevamo: hai visto? Hai visto cos'ha fatto Maradona? Sapevamo che sfuggiva anche al novero dei campionissimi e ce n'erano ai tempi, da Rummenigge a Platini a Zico. Epperò Maradona, questo l'ammettevamo tutti, era altro, era oltre, era troppo. Chi era Maradona? Dovreste intervistare i suoi compagni di squadra. Non uno, non uno di loro ha mai avuto parole che non fossero d'inalterabile riconoscenza e d'incessante elogio, nonostante gli allenamenti disertati e i molti privilegi che gli lasciavano. Perché Maradona era il più forte, senza lasciarlo intendere e senza farlo pesare. Assumendo tutte le responsabilità e dividendo tutti gli onori. Solo di qualche onere, l'allenamento appunto, amava fare a meno. Ma, in campo, in campo Maradona era sempre Maradona. Lo sapevano i compagni e lo sapevano gli avversari. Se mai vi venisse in mente, che so?, il confronto con Pelé, ecco, andate a leggere le formazioni, una migliore dell'altra, del Brasile del 1958, del 1962 (Pelé giocò una partita e mezza e fu sostituito, benissimo, da Amarildo) e del 1970, e poi scorrete la formazione dell'Argentina del 1986. Su, non c'è confronto. Pelé grandissimo, Maradona incommensurabile. La rive gauche del calcio. Il rivoluzionario, l'antagonista, il barricadero. Ve le le figurate le facce degli inglesi, pieni di birra un'ora prima della chiusura dei pub, quando in cinque minuti Maradona scrisse il più grande dramma scespiriano mai rappresentato: gol di mano e poi il gol del secolo? Che faccia fece la Thatcher di fronte al pernacchio di quello scugnizzo, di quel guascone sudamericano, che Galeano definì il più umano degli dei e Brera ribattezzò divino scorfano? Una sconfitta militare, quella delle Malvinas vendicata con una sequela ritmata di tutte le figure del tango. Maradona non solo giocava meglio di chiunque altro, Maradona era il campione di un romanzo popolare, che ce la faceva. Era Jean Valjeant e Oliver Twist, ma pure, a modo suo, il principe Myskin, che il mondo, anche soltanto per sublimi, sfuggenti attimi lo cambiava sul serio. Il re di una corte dei miracoli, che batteva moneta e concedeva grazie. Mi piace ricordare che quando calciava i rigori, di solito, il portiere restava fermo, immobile, al centro della porta. Percosso e attonito, parafrasando qualcuno. Così siamo noi in questo momento. Perché, no, non ce l'aspettavamo. Che la terra gli sia lieve.

Inter-Real Madrid: 0-2. Via Conte!

Quarta partita del Girone B della Champions League 2020/21. L'Inter, attualmente ultima a 2 punti, ospita il Real Madrid in una delle più classiche e affascinanti sfide del calcio europeo. Nessuna delle due squadre è in salute. E se dell'Inter si è già scritto molto, il Real giocherà anche senza il capitano e totem Sergio Ramos, Benzema e Valverde. Assenze pesanti, soprattutto la prima. Poi, per carità, potrebbe svegliarsi dal lungo letargo Hazard, mai sé stesso con i Blancos fino ad ora, tanto per chiarire che il Real Madrid ha comunque una rosa di primissimo ordine. Conte non può fallire. Non vincere equivarrebbe ad una nuova eliminazione dalla Champions.

La cronaca.

Un disastro il primo tempo. Sconfessato Conte e il suo calcio. Vidal, inseguito sebbene vecchio, calcisticamente, di 33 anni, perché creduto decisivo, si fa espellere come un esordiente. Nel primo tempo, con l'Inter già in svantaggio a causa di un rigore provocato dalla foga di Barella e trasformato da Hazard, opportunamente resuscitato per l'occasione. Il Real Madrid domina a centrocampo, dove Modric e Kroos tengono un corso accelerato di gioco del calcio. L'Inter è assente. Nella ripresa, entrano D'Ambrosio e Perisic per Bastoni e Lautaro. Ma segna Rodrygo, solo sulla fascia sinistra madrilena. Dov'era D'Ambrosio? Eriksen entra a cinque minuti dal termine per Lukaku: le raffinate strategie di Conte. Che deve andarsene. La sua esperienza nerazzurra è stata fallimentare. Non ha una vinto una sfida importante che sia una. Le quattro partite di Champions dell'Inter senza vittorie, in questa stagione, sono un triste primato tutto suo. 



lunedì 23 novembre 2020

Inter-Real Madrid: la partita della svolta!

Può, e dovrebbe, essere la partita della svolta. Inter-Real Madrid, mercoledì 25 novembre, Champions League, è il primo grande crocevia stagionale per i nerazzurri allenati da Conte. Tecnico sempre più abbarbicato al proprio credo tattico, sebbene i migliori risultati l'Inter li abbia colti in rimonta, lanciandosi in assalti di poco criterio ma di grande efficacia, una volta abbandonata la fedeltà agli schemi rigidissimi di Conte. Il cui curriculum europeo è notoriamente scarno. Vincere contro il Real Madrid, falcidiato da numerose, provvidenziali, assenze è non solo possibile ma doveroso. Per accedere agli ottavi della Champions, che l'Inter manca dal 2011, per restituire fiducia ad un ambiente in costante fibrillazione e per dare una svolta ad una stagione che chiudere senza trofei sarebbe fallimentare. Una partita decisiva, da non sbagliare. 

Serie A 2020/21: il punto dopo l'8^ giornata

Il Milan è una squadra ordinata e, per lo più, ordinaria, aggrappata agli estri e alla volontà di potenza di Ibrahimovic. Ma crede di essere una grande squadra. E, da qualche tempo, cominciano a pensarlo anche gli avversari. La critica già lo pensa da tempo! Ieri Gattuso ha sbagliato a giocare con quattro giocatori tecnici, rapidi e piccoli: l'assenza di peso in attacco si è notata anche troppo. Mancando Osimhen, avrebbe potuto schierare subito Petagna, per intercettare qualche cross. Ho letto e sentito che Politano sarebbe stato il migliore in campo tra gli azzurri: impossibile. Politano è un giocatore di grande egoismo, che calcia sempre, anche quando non dovrebbe, e calcia di solito male. Ha bisogno di 15/20 tiri per un gol. Fatto noto. Va anche detto, dall'altra parte, che Ibrahimovic andava espulso per la gomitata a Koulibaly, mentre è stata severa l'espulsione inflitta a Bakayoko. Comunque, il Milan è in testa. Non senza merito. Theo Hernandez e Rebic, a sinistra, sono forti. Kessie è un mediano coriaceo, Donnarumma, per il quale non stravedo, è comunque un portiere di valore. Nel complesso, nulla di che, il Milan, ma abbastanza per questa serie A. Almeno, per ora.

Secondo posto per il Sassuolo, che espugna il campo del Verona: Berardi è davvero maturato e trova il gol con crescente continuità. Il resto della squadra di De Zerbi ha qualità e fiducia nei propri mezzi.

Ha vinto anche la Juve con doppietta del solito Cristiano Ronaldo, che, da solo, vale mezza squadra. L'importanza di un giocatore si capisce per sottrazione. La Juve senza di lui è una squadra modesta, con lui si trasforma.

Vittoria per una Roma molto solida, innervata dall'estro del campione armeno Mkhitaryan. Uno che ha giocato con Borussia Dortmund, Manchester United e Arsenal, uno che, sulla trequarti, può dare lezioni a tanti, come Pedro. Bella campagna di rafforzamento dei giallorossi, va detto.

Vittoria anche per la Lazio, sul campo acquitrinoso del Crotone, e del Bologna contro la Samp.

Sconfitta casalinga, contro un buon Benevento, della Fiorentina, cui nulla apporta l'arrivo di Prandelli. Penso che aver lasciato partire Chiesa a stagione iniziata sia stato un grosso errore.

L'Inter batte in rimonta il Toro: nessuna novità per i granata, spesso vittime di recuperi in questa stagione. Nessuna novità per l'Inter, capace di esaltarsi solo a schemi saltati, sostituendo la furia dell'assalto scomposto agli schemini tattici contiani, che non funzionano e non possono funzionare.

domenica 22 novembre 2020

Inter-Torino 4-2: via Conte e Marotta!

Si comincia con le sibilline dichiarazioni di Marotta su Eriksen, che sarebbe in predicato di andar via a gennaio, per volere di Conte. Si prosegue con un primo tempo imbarazzante e il Torino che trova, con Zaza, il gol alla sesta/settima occasione. Nella ripresa, Conte non cambia, fino al 2-0 di Ansaldi, che trasforma un rigore provocato da Young: azione da calcio amatoriale. Cambi. Accorcia Sanchez, inizialmente preferito a Lautaro, pareggia Lukaku, poi ancora il belga trasforma il rigore del sorpasso. Quindi il subentrato Lautaro firma il 4-2. Ciò nondimeno, il tempo di Marotta e Conte mi pare terminato. Per manifesta inadeguatezza. L'Inter ha vinto per l'intrinseca debolezza del Torino. Non per altro. Prima ora di gioco disastrosa, confusione nelle scelte societarie e di campo. Che il risultato finale non cancella! I nerazzurri hanno vinto di rabbia una volta saltati gli schemi. E non mi sembra un fatto secondario. La difesa a 3 iniziale, con D'Ambrosio, Ranocchia e Young è da brividi. Per tacere del centrocampo tutto muscolare. E non si dia la colpa a Gagliardini, che fa il mediano. Ma lui più Barella e questo Vidal stagionato non può funzionare. L'esclusione di Eriksen rimane, allo stato attuale, incomprensibile. E ingiustificabile.

venerdì 20 novembre 2020

Serie A 1984/85: il campionato più ricco di campioni

Ci fu un tempo in cui la Serie A era il centro del mondo calcistico: gli anni '80. E in quel decennio, forse effimero ma prospero, spensierato e gaudente, ci fu una stagione in cui tutti i più forti giocatori del mondo stavano in Italia: 1984/85. Con pochissime eccezioni, che dirò più avanti. L'anno prima, la Juve di Trapattoni aveva conquistato il 21° scudetto, associandovi anche la Coppa delle Coppe, trascinata da Platini. Il 10 francese aveva dominato l'Europeo di casa del 1984, segnandovi, nove gol! Tuttora è il capocannoniere di sempre della manifestazione continentale, assieme a Cristiano Ronaldo, che però ha spalmato i suoi gol in quattro edizioni. A Platini, gli stranieri erano due per squadra, si sommava Boniek, attaccante polacco velocissimo, contropiedista fulmineo, che, in realtà, avrebbe saputo interpretare altri tre o quattro ruoli. A Udine, giocava il più amato, se non il più forte giocatore brasiliano dopo Pelé, perché quello è stato Ronaldo, Arthur Antunes Coimbra Zico. Già dall'anno prima. Uno che dipingeva i calci di punizione, che dribblava come avrei visto fare dopo solo a Roberto Baggio, un artista magnifico eppure essenziale. Nel 1983, quando il suo trasferimento all'Udinese pareva saltare, i tifosi esposero uno striscione eloquente, di asburgica nostalgia: "O Zico o Austria". A loro si aggiunse, il più forte di tutti, l'Argentino Diego Armando Maradona, che approdò a Napoli e ne divenne simbolo e sinossi. Titolare di un sinistro fiabesco. Reduce da due stagioni tribolate al Barca, tra tibie rotte ed intossicazioni alimentari, arrivò con la reputazione di nuovo Sivori. Se ne sarebbe andato come il più grande calciatore della storia. All'Inter giunse il capitano della nazionale tedesca e della Germania Ovest, Karl Heinze Rummenigge. Un'apparizione. Quadricipiti erculei, progressione inarrestabile, tiro violento, acrobazie mai viste. Alla Fiorentina, dove la difesa era governata dal Caudillo Daniel Passarella, capitano dell'Argentina campione del mondo nel 1978, approdò Socrates. Mezzala brasiliana, colto e anticonformista, medico ma fortissimo bevitore: elegante in campo, virtuoso del colpo di tacco e, al tempo stesso, del gioco verticale, grande colpitore di testa per via del suo fisico da ala piccola del basket, aveva ispirato la rivoluzione della democracia corinthiana. Poche regole, allenamenti autogestiti, fantasia al potere. In Italia, sarebbe stato poco capito, soprattutto per quell'aria di sufficienza con cui si cimentava nelle imprese del pallone. Un grande fuoriclasse. Come Junior che vestì la maglia del Torino: terzino sinistro naif in nazionale, in Italia divenne regista di movimento, dal dribbling stretto e dal tiro improvviso. Cerezo, altro pilastro del Brasile di Santana che perse dall'Italia a Spagna 1982, affiancava il grande Falcao alla Roma. Cerezo era così forte che, anni dopo, a quasi quarant'anni correva ancora il doppio di un ventenne. E, degli assi verdeoro, in Italia, c'era anche Dirceu, uno che aveva spesso tenuto Zico in panchina ai mondiali argentini del 1978: fantasista sbrigliato come i suoi ricci, con un mancino tonitruante. Quell'anno all'Ascoli, nel girovagare incessante della sua arte calcistica. Al Verona di Bagnoli, quarto nel 1983 e sesto nel 1984, arrivarono il tedesco Briegel, terzino sinistro nella Germania Ovest, che Bagnoli schierò da mediano d'assalto, e il danese Elkjaer. Due assi, che ebbero molta parte nello storico successo gialloblu. Basti dire che Briegel segnò nove gol su azione! Elkjaer, uno che portava a spasso tre difensori alla volta, che accelerava come oggi può fare solo Mbappé, ne segnò otto, ma tutti decisivi. E poi c'erano il centravanti inglese Trevor Francis, alla Samp, fermato da tanti infortuni, il centravanti austriaco Schachner, al Toro, il giovane fantasista danese Michael Laudrup, alla Lazio, l'ariete inglese Hateley al Milan. Una simile ricchezza di assi non c'era stata prima e non ci sarebbe stata dopo. Chi mancava? Schuster, che giocava nel Barca, il giovane Francescoli che brillava al River Plate, forse Lineker, e dico forse perché stava venendo fuori allora come la quinta del Buitre in Spagna. Lo scudetto, si diceva, andò al Verona, con 43 punti, davanti al Toro, 39 punti, e all'Inter, 38.

mercoledì 18 novembre 2020

Giroud insegue Henry: 44 gol con la Francia

Doppietta ieri sera nel successo della Francia sulla Svezia in Nations League e Olivier Giroud centravanti antico ma moderno tocca quota 44 gol in nazionale, tre più di Platini, sette meno del primatista assoluto Henry. Dechamps non ci rinunzierebbe in alcun caso. Sì, perché Giroud non solo è grande e grosso e impegna e sfianca almeno due avversari per volta; perché ha buona tecnica con il suo mancino e domina il gioco aereo, che segni o faccia assist; perché determina il gioco d'attacco, anche restando all'asciutto, come accadde al mondiale vinto nel 2018. Non è un goleador tremendo. Ma un punto di riferimento imprescindibile. Come Klose con la Germania, Giroud il meglio di sé l'ha dato con la Francia. Per caratteristiche atletiche e tecniche, invece, Giroud ricorda, senza eguagliarlo, il possente centravanti gallese John Charles, che furoreggiò in Italia, alla Juve, nella seconda metà degli anni '50.

martedì 17 novembre 2020

Le casse vuote del calcio italiano: finiti i soldi

Oggi il Corriere della Sera dedica una pagina, con un sapido commento di Mario Sconcerti, alle casse vuote e dolenti del calcio italiano. Ma, potrebbe dirsi anche del calcio internazionale. La pandemia da Covid ha impoverito questo come altri settori dell'economia e la ripresa appare remota. Dobbiamo però dire, sarebbe ora, che gli ingaggi dei calciatori, squilibrati rispetto ad uno stipendio medio sin dalla fine degli anni '20 del secolo scorso, sono cresciuti in termini esponenziali, sconfinando nell'assurdo. Sì perché 40 milioni, o giu di lì, a Messi e Neymar, 30, 31, quel che sono, a Cristiano Ronaldo, corrispondono al fatturato di molte grandi aziende, con centinaia di dipendenti. Ed invece sono i compensi netti di singoli calciatori che, per quanto forti, le partite non le giocano né le vincono da soli. A fronte d'incassi ormai assottigliati fino all'osso: stadi chiusi e diritti televisivi discussi o da rinegoziare. Allora diciamolo con chiarezza: quella del calcio è una bolla come quella dei titoli tecnologici che esplose al principio degli anni 2000. 

Un poco di storia potrebbe venirci in soccorso, per comprendere le dimensioni di un fenomeno, quello dell'esplosione dei costi del sistema calcio, che è grave ma per niente serio. Negli anni '30, il calcio è già professionistico da parecchie parti, si giocano i Mondiali e la Coppa Europa, i calciatori irrompono tra i nuovi ricchi. Prendiamo a riferimento il 1936: un bracciante non va oltre le 200 lire al mese, un operaio guadagna poco di più, un dirigente d'azienda si attesta attorno alle 3.000 lire al mese. Ancora nel 1939, il traguardo delle 1.000 lire al mese è sognato, ed a questa perciò proibito, dalla maggioranza dei lavoratori italiani, come racconta la famosissima canzone Mille lire al mese. I fenomeni del tempo, da Orsi a Meazza potevano guadagnare fino a 7/8mila lire al mese!

Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovar tutta la felicità...


Alla fine degli anni '70, i calciatori migliori potevano guadagnare 100 milioni di lire in un anno, mentre lo stipendio medio in Italia era di 4/4,5 milioni di lire annui. Sproporzione c'era, ma forse ancora tollerabile. Considerata la brevità della carriera dei calciatori e i pochissimi, tra loro, che potevano ambire alle cifre maggiori. Poi, dagli anni '80 in avanti il divario si è sempre più approfondito e, con l'avvento dei diritti TV, ha progressivamente raggiunto le vette parossistiche di oggi. Un grande calciatore non guadagna più 10, 20, 30 volte rispetto ad un operaio specializzato o ad un funzionario statale. Ma, piuttosto, 500, 1000, 2000 volte tanto (è il caso di Cristiano Ronaldo in Italia). Insomma, Covid o non Covid, si era già andati oltre l'aritmetica, oltre l'economia, oltre il buon senso. I primi a lamentarsene, già da tempo, avrebbero dovuto essere i tifosi, che portano acqua, in buona fede, a questo fiume di soldi. I debiti del sistema calcio, perché certi assurdi ingaggi possono finanziarsi solo a debito, sono da bancarotta. 


lunedì 16 novembre 2020

Il calcio degli anni '50: da Di Stefano a Kubala, da Puskas e Pelé

Il calcio riprese, in Europa, molto lentamente dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Dalla fine degli anni '40 e nei primi anni '50 ci fu una perentoria affermazione del football nordico, svedese e danese, che non ha eguali nella storia. Forse perché la Svezia era rimasta fuori dal conflitto e la Danimarca ne era uscita prestissimo. La Svezia di Nordahl, Gren e Liedholm vinse l'oro alle Olimpiadi di Londra del 1948 e, senza di loro, perché ormai professionisti con il Milan - gli svedesi avevano una concezione solo dilettantistica del calcio - giunse terza ai mondiali del 1950 in Brasile.

Il Mondiale brasiliano fu complicato. Il secondo in Sudamerica, dopo quello uruguaiano del 1930. E lo stesso vincitore. L'Uruguay del divino dieci Schiaffino, tecnico ma tenace, artista del dribbling ma essenziale, il primo, pare, ad usare con sistematicità il tackle in scivolata, con gli arbitri che gli fischiavano sempre fallo.

Juan Alberto Schiaffino


Lui e Ghiggia firmarono il 2-1 nella finale, che era solo l'ultima partita di un girone conclusivo, che gettò nella disperazione milioni di brasiliani. Il calcio era già la loro religione laica, come lo è il ciclismo per il Belgio. L'Italia, orfana dei campionissimi del Toro scomparsi a Superga, vi ottenne una dolente eliminazione al primo turno. Come i superbi maestri inglesi: disertati i precedenti mondiali per ritenuta superiorità, vennero buttati fuori dagli ex coloni degli Stati Uniti, che stavano al calcio, come gli inglesi al buon cibo. Il magnifico centravanti brasiliano Ademir, nove gol e capocannoniere, dovette contentarsi del secondo posto. E, con lui, Zizinho. Uno del calibro di Pelé o, almeno di Zico, penalizzato dall'assenza di vere riprese televisive. Lo stesso destino di Meazza e Sindelar, di Leonidas e dello stesso Valentino Mazzola.

Zizinho


In Italia, dominavano Inter, Juve e, grazie agli svedesi più, dopo, lo stesso Schiaffino, il Milan. Che vinse nel 1951 uno scudetto dopo 44 anni! L'Inter aveva un formidabile trio d'attacco: il brevilineo e scattista Lorenzi, il fantasioso mancino svedese Skoglund e l'apolide Nyers, dalla progressione implacabile e dal tiro micidiale. Con Foni, due scudetti consecutivi nel '53 e nel '54. Squadra raccolta, difesa e contropiede. E Blason libero, ruolo e definizione che avrebbero avuto larghissima fortuna nel decennio successivo. Nella seconda metà degli anni '50, divenne una potenza calcistica anche la Fiorentina del portiere Sarti, dell'ala brasiliana Julinho, dell'attaccante argentino Montuori. Nel 1956 fu scudetto e, l'anno dopo, finale di Coppa dei Campioni, contro il Real Madrid di Santiago Bernabeu, illuminato dal massimo Alfredo Di Stefano.

Di Stefano, classe 1926, era il successore calcistico di Valentino Mazzola. Più alto e più attaccante, ma come il capitano del Grande Torino, uomo ovunque, che contrastava, dirigeva il gioco e lo concludeva. Un asso carismatico, che aveva difeso i colori della nazionale argentina, poi di quella colombiana e che avrebbe giocato anche con la Spagna. 
Alfredo Di Stefano

Nel 1958, l'avrebbe raggiunto un altro fenomeno calcistico, l'ungherese Ferenc Puskas, totem della Grande Ungheria che perse d'un soffio i mondiali del 1954. L'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 aveva spinto molti grandi giocatori della miglior squadra magiara, la Honved, che si trovavano in trasferta, a non rientrare in patria. Tra questi Puskas, che, prima del Real, avrebbe scontato due anni d'inattività forzata, preso oltre dieci chili e giocato altri otto anni, limitando il suo raggio d'azione, pronto ad innescare il suo tremendo sinistro. Le ultime due, delle cinque Coppe dei Campioni consecutive del Real Madrid, avrebbero portato anche la sua firma.
Ferenc Puskas

Si diceva del mondiale del 1954, che si disputò in Svizzera. L'Ungheria vi arrivava da grande favorita. Dopo aver stravinto - nei paesi dell'Est erano tutti dilettanti - le Olimpiadi di Helsinki del 1952. Nel novembre del 1953, Puskas, mezzala sinistra, Kocsis, mezzala destra, e Hidegkuti, centravanti arretrato di altissima sapienza calcistica, avevano inflitto un perentorio 6-3 agli inglesi a Wembley. Poco dopo avevano tramortito gli avversari increduli con un 7-1 casalingo. In Svizzera, però, complice anche un infortunio di Puskas, che giocò menomato la finale, pur segnando il gol del vantaggio, s'impose la Germania Ovest, 2-1. E fu il centravanti tedesco Fritz Walter a sollevare la Coppa. I magiari, che erano stati grandissimi già negli anni '30, con Sarosi tra i pochi a contendere a Meazza il titolo di miglior giocatore del mondo, giocavano un calcio mai visto. Palla soprattutto a terra, terzini che attaccavano, e tiravano tutti da fuori. Il tiro all'ungherese, d'esterno piede, divenne proverbiale. I brasiliani, che a quel mondiale fallirono, decisero d'ingaggiare tecnici magiari per insegnare ai propri giocolieri il tiro dalla lunga e media distanza: non si poteva, capirono, entrare sempre in porta con la palla. Fu una delle premesse del successo verdeoro ai mondiali di Svezia del 1958.

Quei mondiali, quelli di Svezia, l'Italia non li giocò proprio, come poi le sarebbe successo con gli ultimi di Russia 2018. Vinse il Brasile allenato da Vicente Italo Feola - il nome ne dice le origini - che schierava un attacco atomico - l'atomica era l'ossessione di quegli anni - con Garrincha, Didì, Vavà, Pelé e Zagallo. E se quest'ultimo tornava, ogni tanto, gli altri molto meno. E i terzini Djalma Santos e Nilton Santos attaccavano come ali aggiunte. Un trionfo, che rivelò al mondo l'estro impareggiabile di un Pelé non ancora diciottenne. Fu battuta la Svezia padrona di casa in finale, con gli stagionati, ma fortissimi, Liedholm e Skoglund ancora in campo. Capocannoniere, 13 gol!, Fontaine, attaccante francese d'origini non francesi, come la mezzala Kopa. E come, dopo, Platini, Zidane, Henry, Mbappé.

Il caso volle che Di Stefano non giocasse nemmeno un mondiale. Come lui Kubala, straordinario centrocampista del Barcellona, ungherese che debuttò con la nazionale cecoslovacca, migrò in quella ungherese e concluse in quella spagnola. Aveva un fisico, Kubala, che sarebbe ancora oggi dominante e un controllo di palla che si rivide come in Zidane e Riquelme.
Laszlo Kubala

Lui, il detto Di Stefano e Valentino Mazzola sono stati i più forti campioni a non aver, non per loro colpa, disputato un solo mondiale in carriera.

Bastoni, Barella, Berardi e Insigne i migliori dell'Italia di Mancini

Queste partite di Nations League vanno prese con le pinze. Somigliano più ad amichevoli che a sfide sentite, con una posta in palio davvero importante. Tuttavia, per l'Italia di Mancini, ieri vittoriosa per 2-0 contro la Polonia, sono arrivate indicazioni confortanti. Dal gruppo, che appare affiatato, al gioco, che si esprime con disinvoltura, fino alle prestazioni dei singoli. Su tutti, Insigne, tecnico e resistente, fantasioso eppure continuo. Bastoni ha dimostrato di poter giocare bene in una difesa a quattro e mi chiedo se Conte se ne sia accorto. Barella è tra i massimi centrocampisti continentali. A voler essere rigidi, gli mancano quei due/tre centimetri di statura, con i quali sarebbe stato anche più dominante. Bravo anche Berardi. Tra i 19 e i 21 anni sembrava un predestinato. Poi, è calato. Ha saputo, cosa che a pochi riesce, rialzarsi e tornare più forte di prima. Ha ormai, a 26 anni, grande esperienza. Segna e fa segnare. Attaccante esterno di grande affidabilità. Cosa manca allora all'Italia? Un centravanti. Belotti e Immobile, in azzurro, non ripetono le prestazioni della serie A. Balotelli si è perso. Destro anche. Kean non mi pare all'altezza del compito. Io, ma sono di parte, aspetterei Pinamonti.