sabato 28 novembre 2020

Sassuolo-Inter 0-3

Squadra più ordinata e compatta, oggi. I tre centrocampisti giocano in linea e c'è Barella in mezzo. Da una palla recuperata nasce il precoce vantaggio nerazzurro, con Lautaro che serve a Sanchez una palla comodissima. Raddoppio su autogol provocato da Vidal. Nella ripresa, bellissimo terzo gol di Gagliardini, che, ripeto, nel suo ruolo, fa la sua parte. Il Sassuolo ha dato una mano perché ha combinato davvero poco, come già nell'ultima di campionato. Davvero non so dove comincino i meriti dell'Inter e finiscano i demeriti del Sassuolo. Mi pare che i giocatori nerazzurri abbiano capito di essere ad un crocevia stagionale. Mi sono sembrati più concentrati. Soprattutto in fase difensiva. Buona prova di Darmian, più efficace dell'ultimo Hakimi. Conte è rimasto abbarbicato al solito 3-5-2. Con il Sassuolo, disposto con 3 punte, aveva un senso. Di solito, invece, non ce l'ha. Rispetto alle ultime uscite, difesa più bassa, meno possesso palla e più concretezza. Almeno questo!

giovedì 26 novembre 2020

I 10 errori di Antonio Conte all'Inter

  1. Esserci venuto. Capitano e simbolo della Juve della Triade, Antonio Conte sapeva di essere sportivamente inviso alla tifoseria nerazzurra più consapevole. Non si va contro la storia. La propria e quella degli altri.
  2. Aver preteso, seguendo le orme di Lippi, che pure fallì all'Inter, di cambiare l'anima della squadra. Perché le squadre un'anima ce l'hanno. L'Inter è sempre stata squadra lunatica, tuttavia capace di grande imprese. Non una pattuglia di soldatini timorosi e ordinati. La Pazza Inter, in casa con il Real Madrid mai aveva perso.
  3. Ha puntato su di uno schema micragnoso ed antiquato come il 3-5-2, espellendo dal campo non solo la fantasia ma persino l'ambizione alla fantasia.
  4. Ha insistito con il suo modulo sempre e comunque. Sempre tre difensori anche contro un solo attaccante o contro nessun attaccante. Come ieri sera contro il Real. E il centrocampo avversario, di ben altra caratura tecnica, ha maramaldeggiato.
  5. Ha perso per strada Godìn, giocatore di grandissima personalità, avvezzo alle grandi sfide.
  6. Ha sacrificato Skriniar, che, pur con dei limiti di lettura nei cross, era tra i migliori difensori centrali in circolazione.
  7. Ha mortificato il talento purissimo di Eriksen, per non saper abdicare al suo credo tattico.
  8. Ha sbagliato tutte, e dico tutte, le partite importanti. Dalle sfide con la Juve a quelle con il Napoli in Coppa Italia, alla finale di Europa League a tutta la Champions attuale: 4 partite e nessuna vittoria. Mai successo prima.
  9. Ha deciso di mollare ad agosto, ma non si è dimesso, aspettando l'esonero. 
  10. Non crede più nel progetto - il linguaggio non verbale, nelle interviste, non ammette altre interpretazioni -, l'Inter ha subìto 20 gol in 12 partite ufficiali e lui si ostina a non cambiare e parlare di un progetto in cui nessuno, nella squadra, non solo lui, ha più ragioni di credere. 

mercoledì 25 novembre 2020

Maradona addio! Il più grande giocatore della storia del calcio se n'è andato a 60 anni.

Stupore e incredulità. Lo stesso stupore e la stessa incredulità che provavo, tanti anni fa, di fronte alle prodezze sempre nuove, sempre abbaglianti, sempre prometeiche del più straordinario calciatore mai nato. Stupore e incredulità. La notizia mi raggiunge via radio, mentre sono in automobile. Dall'Argentina la notizia della morte di Diego Armando Maradona. Che stesse male e da tempo era noto; che avesse di recente subìto un delicato intervento chirurgico anche; che fosse scampato, lungo la scoscesa via dei mille eccessi seguiti allo splendore incandescente del campo, a molti agguati della vecchia con la falce pure. Tutto questo era noto, ma che Maradona potesse morire, ecco, questo era impossibile da pensare. Perché gli eroi non muoiono. E non dovrebbero morire. E Maradona era stato un eroe. Un eroe del Sud del Mondo, cresciuto dentro una delle tante ville miseria di Buenos Aires, ed era asceso alla gloria imperitura. Gli scudetti contro la storia a Napoli, il Mondiale 1986 contro le leggi della fisica, con l'Argentina. Con quel sinistro fabuloso e incantatore, che con la palla amoreggiava senza bisticci, ricambiato, tramutando in successi inaspettati tutti i sogni più avventurosi. Maradona aveva conservato lo sguardo timido del ragazzetto che, a dieci anni, intervistato dalla televisione argentina, dopo aver regalato palleggi e giocate da prestigiatore, diceva di voler giocare un mondiale con l'Argentina e di volerlo vincere: due sogni aveva, quei due. Li avrebbe realizzati entrambi. Menotti non lo convocò ai mondiali di casa del 1978, lasciando a Kempes e Passarella e Ardiles il compito di portare acqua al mulino dei colonnelli. Meglio così. Maradona era già un fenomeno, che solo di lontano poteva rassomigliare a Sivori, fortissimo ma senza un decimo della forza dirompente e del carisma di Diego Armando, o a Rivelino, brasiliano, mancino va da sé, idolo d'infanzia del medesimo Maradona. I due sommati e moltiplicati per dieci non potevano valere un decimo di Maradona. E sia detto con rispetto per quei campioni veri. Il problema è che Maradona era di un'altra pasta. Veniva da un altro mondo. Giocava un altro calcio. Nessuno ha saputo prendere per mano squadre, oneste e modeste, e portarle al trionfo come ha fatto lui. Nessuno ha saputo elevare il livello di gioco dei compagni come ha fatto lui. Nessuno, in nessuno sport. L'identificazione simbiotica e romanzesca che visse con Napoli, trascinata due volte sul tetto d'Italia fu emblematica e, mi si lasci dire, metacalcistica perché antistorica. Maradona fu il novello Masaniello, cui il popolo, tutto il popolo, però, mai voltò le spalle, continuando a sentirne e subirne e impetrarne fascino e malia anche quando Maradona se ne andò. Via dall'Italia nel marzo del 1991 è come se fosse oggi. Perché gli eroi, Maradona fu un eroe magnifico, possono fermare il tempo e lo fermano. I suoi gol, quella punizione dentro l'area contro la Juve di Tacconi, il gol contro l'Inghilterra a Messico '86, le giravolte e le rabone, e i mille calci che non riuscivano ad atterrarlo - perché Maradona aveva nelle cosce e nel tronco una forza erculea, che se ne infischiava dei suoi 165 cm - quei tiri mai violenti e sempre vincenti, quelle inesorabili carezze al pallone, tutto questo non è passato e non passerà. Non c'è Pelé che tenga, figuriamoci Messi. Maradona è stato, anzi, è, il più grande giocatore di ogni tempo. Perché è oltre il tempo. Maradona è morto e con lui se ne va, rattristata ma fiera, una parte della nostra giovinezza. Eppure Maradona è giovane, perché gli eroi sono giovani e belli. E noi possiamo illuderci di rimanere - e forse davvero restiamo - i ragazzi che eravamo allora, quando, anche tifando per altre squadre, ci dicevamo: hai visto? Hai visto cos'ha fatto Maradona? Sapevamo che sfuggiva anche al novero dei campionissimi e ce n'erano ai tempi, da Rummenigge a Platini a Zico. Epperò Maradona, questo l'ammettevamo tutti, era altro, era oltre, era troppo. Chi era Maradona? Dovreste intervistare i suoi compagni di squadra. Non uno, non uno di loro ha mai avuto parole che non fossero d'inalterabile riconoscenza e d'incessante elogio, nonostante gli allenamenti disertati e i molti privilegi che gli lasciavano. Perché Maradona era il più forte, senza lasciarlo intendere e senza farlo pesare. Assumendo tutte le responsabilità e dividendo tutti gli onori. Solo di qualche onere, l'allenamento appunto, amava fare a meno. Ma, in campo, in campo Maradona era sempre Maradona. Lo sapevano i compagni e lo sapevano gli avversari. Se mai vi venisse in mente, che so?, il confronto con Pelé, ecco, andate a leggere le formazioni, una migliore dell'altra, del Brasile del 1958, del 1962 (Pelé giocò una partita e mezza e fu sostituito, benissimo, da Amarildo) e del 1970, e poi scorrete la formazione dell'Argentina del 1986. Su, non c'è confronto. Pelé grandissimo, Maradona incommensurabile. La rive gauche del calcio. Il rivoluzionario, l'antagonista, il barricadero. Ve le figurate le facce degli inglesi, pieni di birra un'ora prima della chiusura dei pub, quando in cinque minuti Maradona scrisse il più grande dramma scespiriano mai rappresentato: gol di mano e poi il gol del secolo? Che faccia fece la Thatcher di fronte al pernacchio di quello scugnizzo, di quel guascone sudamericano, che Galeano definì il più umano degli dei e Brera ribattezzò divino scorfano? Una sconfitta militare, quella delle Malvinas vendicata con una sequela ritmata di tutte le figure del tango. Maradona non solo giocava meglio di chiunque altro, Maradona era il campione di un romanzo popolare, che ce la faceva. Era Jean Valjeant e Oliver Twist, ma pure, a modo suo, il principe Myskin, che il mondo, anche soltanto per sublimi, sfuggenti attimi lo cambiava sul serio. Il re di una corte dei miracoli, che batteva moneta e concedeva grazie. Mi piace ricordare che quando calciava i rigori, di solito, il portiere restava fermo, immobile, al centro della porta. Percosso e attonito, parafrasando qualcuno. Così siamo noi in questo momento. Perché, no, non ce l'aspettavamo. Che la terra gli sia lieve.

Inter-Real Madrid: 0-2. Via Conte!

Quarta partita del Girone B della Champions League 2020/21. L'Inter, attualmente ultima a 2 punti, ospita il Real Madrid in una delle più classiche e affascinanti sfide del calcio europeo. Nessuna delle due squadre è in salute. E se dell'Inter si è già scritto molto, il Real giocherà anche senza il capitano e totem Sergio Ramos, Benzema e Valverde. Assenze pesanti, soprattutto la prima. Poi, per carità, potrebbe svegliarsi dal lungo letargo Hazard, mai sé stesso con i Blancos fino ad ora, tanto per chiarire che il Real Madrid ha comunque una rosa di primissimo ordine. Conte non può fallire. Non vincere equivarrebbe ad una nuova eliminazione dalla Champions.

La cronaca.

Un disastro il primo tempo. Sconfessato Conte e il suo calcio. Vidal, inseguito sebbene vecchio, calcisticamente, di 33 anni, perché creduto decisivo, si fa espellere come un esordiente. Nel primo tempo, con l'Inter già in svantaggio a causa di un rigore provocato dalla foga di Barella e trasformato da Hazard, opportunamente resuscitato per l'occasione. Il Real Madrid domina a centrocampo, dove Modric e Kroos tengono un corso accelerato di gioco del calcio. L'Inter è assente. Nella ripresa, entrano D'Ambrosio e Perisic per Bastoni e Lautaro. Ma segna Rodrygo, solo sulla fascia sinistra madrilena. Dov'era D'Ambrosio? Eriksen entra a cinque minuti dal termine per Lukaku: le raffinate strategie di Conte. Che deve andarsene. La sua esperienza nerazzurra è stata fallimentare. Non ha una vinto una sfida importante che sia una. Le quattro partite di Champions dell'Inter senza vittorie, in questa stagione, sono un triste primato tutto suo. 



lunedì 23 novembre 2020

Inter-Real Madrid: la partita della svolta!

Può, e dovrebbe, essere la partita della svolta. Inter-Real Madrid, mercoledì 25 novembre, Champions League, è il primo grande crocevia stagionale per i nerazzurri allenati da Conte. Tecnico sempre più abbarbicato al proprio credo tattico, sebbene i migliori risultati l'Inter li abbia colti in rimonta, lanciandosi in assalti di poco criterio ma di grande efficacia, una volta abbandonata la fedeltà agli schemi rigidissimi di Conte. Il cui curriculum europeo è notoriamente scarno. Vincere contro il Real Madrid, falcidiato da numerose, provvidenziali, assenze è non solo possibile ma doveroso. Per accedere agli ottavi della Champions, che l'Inter manca dal 2011, per restituire fiducia ad un ambiente in costante fibrillazione e per dare una svolta ad una stagione che chiudere senza trofei sarebbe fallimentare. Una partita decisiva, da non sbagliare. 

Serie A 2020/21: il punto dopo l'8^ giornata

Il Milan è una squadra ordinata e, per lo più, ordinaria, aggrappata agli estri e alla volontà di potenza di Ibrahimovic. Ma crede di essere una grande squadra. E, da qualche tempo, cominciano a pensarlo anche gli avversari. La critica già lo pensa da tempo! Ieri Gattuso ha sbagliato a giocare con quattro giocatori tecnici, rapidi e piccoli: l'assenza di peso in attacco si è notata anche troppo. Mancando Osimhen, avrebbe potuto schierare subito Petagna, per intercettare qualche cross. Ho letto e sentito che Politano sarebbe stato il migliore in campo tra gli azzurri: impossibile. Politano è un giocatore di grande egoismo, che calcia sempre, anche quando non dovrebbe, e calcia di solito male. Ha bisogno di 15/20 tiri per un gol. Fatto noto. Va anche detto, dall'altra parte, che Ibrahimovic andava espulso per la gomitata a Koulibaly, mentre è stata severa l'espulsione inflitta a Bakayoko. Comunque, il Milan è in testa. Non senza merito. Theo Hernandez e Rebic, a sinistra, sono forti. Kessie è un mediano coriaceo, Donnarumma, per il quale non stravedo, è comunque un portiere di valore. Nel complesso, nulla di che, il Milan, ma abbastanza per questa serie A. Almeno, per ora.

Secondo posto per il Sassuolo, che espugna il campo del Verona: Berardi è davvero maturato e trova il gol con crescente continuità. Il resto della squadra di De Zerbi ha qualità e fiducia nei propri mezzi.

Ha vinto anche la Juve con doppietta del solito Cristiano Ronaldo, che, da solo, vale mezza squadra. L'importanza di un giocatore si capisce per sottrazione. La Juve senza di lui è una squadra modesta, con lui si trasforma.

Vittoria per una Roma molto solida, innervata dall'estro del campione armeno Mkhitaryan. Uno che ha giocato con Borussia Dortmund, Manchester United e Arsenal, uno che, sulla trequarti, può dare lezioni a tanti, come Pedro. Bella campagna di rafforzamento dei giallorossi, va detto.

Vittoria anche per la Lazio, sul campo acquitrinoso del Crotone, e del Bologna contro la Samp.

Sconfitta casalinga, contro un buon Benevento, della Fiorentina, cui nulla apporta l'arrivo di Prandelli. Penso che aver lasciato partire Chiesa a stagione iniziata sia stato un grosso errore.

L'Inter batte in rimonta il Toro: nessuna novità per i granata, spesso vittime di recuperi in questa stagione. Nessuna novità per l'Inter, capace di esaltarsi solo a schemi saltati, sostituendo la furia dell'assalto scomposto agli schemini tattici contiani, che non funzionano e non possono funzionare.

domenica 22 novembre 2020

Inter-Torino 4-2: via Conte e Marotta!

Si comincia con le sibilline dichiarazioni di Marotta su Eriksen, che sarebbe in predicato di andar via a gennaio, per volere di Conte. Si prosegue con un primo tempo imbarazzante e il Torino che trova, con Zaza, il gol alla sesta/settima occasione. Nella ripresa, Conte non cambia, fino al 2-0 di Ansaldi, che trasforma un rigore provocato da Young: azione da calcio amatoriale. Cambi. Accorcia Sanchez, inizialmente preferito a Lautaro, pareggia Lukaku, poi ancora il belga trasforma il rigore del sorpasso. Quindi il subentrato Lautaro firma il 4-2. Ciò nondimeno, il tempo di Marotta e Conte mi pare terminato. Per manifesta inadeguatezza. L'Inter ha vinto per l'intrinseca debolezza del Torino. Non per altro. Prima ora di gioco disastrosa, confusione nelle scelte societarie e di campo. Che il risultato finale non cancella! I nerazzurri hanno vinto di rabbia una volta saltati gli schemi. E non mi sembra un fatto secondario. La difesa a 3 iniziale, con D'Ambrosio, Ranocchia e Young è da brividi. Per tacere del centrocampo tutto muscolare. E non si dia la colpa a Gagliardini, che fa il mediano. Ma lui più Barella e questo Vidal stagionato non può funzionare. L'esclusione di Eriksen rimane, allo stato attuale, incomprensibile. E ingiustificabile.

venerdì 20 novembre 2020

Serie A 1984/85: il campionato più ricco di campioni

Ci fu un tempo in cui la Serie A era il centro del mondo calcistico: gli anni '80. E in quel decennio, forse effimero ma prospero, spensierato e gaudente, ci fu una stagione in cui tutti i più forti giocatori del mondo stavano in Italia: 1984/85. Con pochissime eccezioni, che dirò più avanti. L'anno prima, la Juve di Trapattoni aveva conquistato il 21° scudetto, associandovi anche la Coppa delle Coppe, trascinata da Platini. Il 10 francese aveva dominato l'Europeo di casa del 1984, segnandovi, nove gol! Tuttora è il capocannoniere di sempre della manifestazione continentale, assieme a Cristiano Ronaldo, che però ha spalmato i suoi gol in quattro edizioni. A Platini, gli stranieri erano due per squadra, si sommava Boniek, attaccante polacco velocissimo, contropiedista fulmineo, che, in realtà, avrebbe saputo interpretare altri tre o quattro ruoli. A Udine, giocava il più amato, se non il più forte giocatore brasiliano dopo Pelé, perché quello è stato Ronaldo, Arthur Antunes Coimbra Zico. Già dall'anno prima. Uno che dipingeva i calci di punizione, che dribblava come avrei visto fare dopo solo a Roberto Baggio, un artista magnifico eppure essenziale. Nel 1983, quando il suo trasferimento all'Udinese pareva saltare, i tifosi esposero uno striscione eloquente, di asburgica nostalgia: "O Zico o Austria". A loro si aggiunse, il più forte di tutti, l'Argentino Diego Armando Maradona, che approdò a Napoli e ne divenne simbolo e sinossi. Titolare di un sinistro fiabesco. Reduce da due stagioni tribolate al Barca, tra tibie rotte ed intossicazioni alimentari, arrivò con la reputazione di nuovo Sivori. Se ne sarebbe andato come il più grande calciatore della storia. All'Inter giunse il capitano della nazionale tedesca e della Germania Ovest, Karl Heinze Rummenigge. Un'apparizione. Quadricipiti erculei, progressione inarrestabile, tiro violento, acrobazie mai viste. Alla Fiorentina, dove la difesa era governata dal Caudillo Daniel Passarella, capitano dell'Argentina campione del mondo nel 1978, approdò Socrates. Mezzala brasiliana, colto e anticonformista, medico ma fortissimo bevitore: elegante in campo, virtuoso del colpo di tacco e, al tempo stesso, del gioco verticale, grande colpitore di testa per via del suo fisico da ala piccola del basket, aveva ispirato la rivoluzione della democracia corinthiana. Poche regole, allenamenti autogestiti, fantasia al potere. In Italia, sarebbe stato poco capito, soprattutto per quell'aria di sufficienza con cui si cimentava nelle imprese del pallone. Un grande fuoriclasse. Come Junior che vestì la maglia del Torino: terzino sinistro naif in nazionale, in Italia divenne regista di movimento, dal dribbling stretto e dal tiro improvviso. Cerezo, altro pilastro del Brasile di Santana che perse dall'Italia a Spagna 1982, affiancava il grande Falcao alla Roma. Cerezo era così forte che, anni dopo, a quasi quarant'anni correva ancora il doppio di un ventenne. E, degli assi verdeoro, in Italia, c'era anche Dirceu, uno che aveva spesso tenuto Zico in panchina ai mondiali argentini del 1978: fantasista sbrigliato come i suoi ricci, con un mancino tonitruante. Quell'anno all'Ascoli, nel girovagare incessante della sua arte calcistica. Al Verona di Bagnoli, quarto nel 1983 e sesto nel 1984, arrivarono il tedesco Briegel, terzino sinistro nella Germania Ovest, che Bagnoli schierò da mediano d'assalto, e il danese Elkjaer. Due assi, che ebbero molta parte nello storico successo gialloblu. Basti dire che Briegel segnò nove gol su azione! Elkjaer, uno che portava a spasso tre difensori alla volta, che accelerava come oggi può fare solo Mbappé, ne segnò otto, ma tutti decisivi. E poi c'erano il centravanti inglese Trevor Francis, alla Samp, fermato da tanti infortuni, il centravanti austriaco Schachner, al Toro, il giovane fantasista danese Michael Laudrup, alla Lazio, l'ariete inglese Hateley al Milan. Una simile ricchezza di assi non c'era stata prima e non ci sarebbe stata dopo. Chi mancava? Schuster, che giocava nel Barca, il giovane Francescoli che brillava al River Plate, forse Lineker, e dico forse perché stava venendo fuori allora come la quinta del Buitre in Spagna. Lo scudetto, si diceva, andò al Verona, con 43 punti, davanti al Toro, 39 punti, e all'Inter, 38.

mercoledì 18 novembre 2020

Giroud insegue Henry: 44 gol con la Francia

Doppietta ieri sera nel successo della Francia sulla Svezia in Nations League e Olivier Giroud centravanti antico ma moderno tocca quota 44 gol in nazionale, tre più di Platini, sette meno del primatista assoluto Henry. Dechamps non ci rinunzierebbe in alcun caso. Sì, perché Giroud non solo è grande e grosso e impegna e sfianca almeno due avversari per volta; perché ha buona tecnica con il suo mancino e domina il gioco aereo, che segni o faccia assist; perché determina il gioco d'attacco, anche restando all'asciutto, come accadde al mondiale vinto nel 2018. Non è un goleador tremendo. Ma un punto di riferimento imprescindibile. Come Klose con la Germania, Giroud il meglio di sé l'ha dato con la Francia. Per caratteristiche atletiche e tecniche, invece, Giroud ricorda, senza eguagliarlo, il possente centravanti gallese John Charles, che furoreggiò in Italia, alla Juve, nella seconda metà degli anni '50.