In morte di Sandro Mazzola. Leggenda dell'Inter e della nazionale italiana
Un padre, la fascia di capitano al braccio, entrava in campo con il figlio, tra gli applausi. Questa è la prima fotografia di Alessandro Mazzola, detto Sandro, figlio di Valentino, capitano del Grande Torino. L'Italia era appena uscita dalla tragedia della seconda guerra mondiale. Quel Torino, che vinceva sempre, con Bartali e Coppi nel ciclismo, era il simbolo di una rinascita che, nonostante le immense difficoltà della ricostruzione, era creduta certa. Sandro Mazzola viveva a Torino con il padre, che era già leggenda e contendeva a Moreno e Pedernera, stelle della maquina del River Plate e al brasiliano Zizinho, primo idolo di Pelé, il titolo di miglior calciatore del mondo. Cosa passava nella testa del piccolo Mazzola? Cosa capiva delle grida di una folla urlante, che idolatrava il padre? La madre e il fratello più piccolo, Ferruccio, dopo la separazione dei genitori, erano rimasti a vivere in Lombardia, a Cassano d'Adda. Sicché Valentino non era soltanto il condottiero a tutto campo di una squadra irripetibile e irresistibile, ma anche tutta la sua famiglia quando, il 4 maggio del 1949, perse la vita a Superga, collina sopra Torino, di ritorno da una trasferta in Portogallo, dopo un'amichevole con il Benfica. Valentino Mazzola e il Grande Torino se ne andarono così, tra lo sgomento e l'incredulità. Sandro, a sei anni e mezzo, aveva perduto il padre. E quella mano che l'aveva condotto nei primi anni di una vita che avrebbe sempre rimpianto.
La madre lo riprese con sé. E cominciò una nuova storia. Il calcio, va da sé, l'aveva nel sangue. Si interessò a lui e al fratello, Benito Lorenzi, detto Veleno, centravanti dell'Inter di Masseroni, tanto spigoloso in campo quanto generoso nella vita, legato al ricordo di Valentino. Grazie a lui, Mazzola entrò presto nella famiglia dell'Inter.
Quando si fece più grandicello, con il cognome pesante che aveva, i confronti con il padre leggendario erano difficili da sostenere. Tanto Valentino era stato forte fisicamente altrettanto Sandro era - o sembrava - gracile. Possedeva, tuttavia, altre qualità, che presto anche gli scettici avrebbero scoperto. Nel 1960, cominciava il sesto anno della presidenza di Angelo Moratti ed era arrivato dal Barcellona Helenio Herrera e Mazzola, all'ultimo anno delle superiori, cominciava a suscitare l'interesse della prima squadra. Le spalle e il tronco non erano possenti, ma era cresciuto fino a 1,78 metri e aveva cosce e gambe fortissime: nessuno avrebbe potuto ancora dire se e cosa avrebbe fatto nel calcio. L'Inter, che Herrera inizialmente schierava in modo spregiudicato, alla ricerca continua del gol, non era ancora la Grande Inter, ma stava per diventarlo: il tecnico argentino, refrattario a ogni dogmatismo tattico, era pronto a convertirsi al gioco all'italiana, a schierare Picchi libero e valorizzare il contropiede. Gli mancava ancora il regista capace di avviarlo con i suoi lanci fulminei, Luisito Suarez. Questione di mesi. In campionato, i nerazzurri contesero alla Juve il titolo, fino alla trasferta torinese del ritorno. Invasione di campo e conseguente, sacrosanto, 2-0 a tavolino per l'Inter. Quel risultato, con Umberto Agnelli presidente Figc, fu incredibilmente revocato e si ordinò la ripetizione della partita. Angelo Moratti rigettò la decisione e decise di far giocare la partita alla formazione Primavera. Vinse la Juve per 9-1, con 6 gol di Sivori. Il gol della bandiera nerazzurra portava però una firma clamorosa e commovente: aveva segnato, su rigore, il diciottenne Sandro Mazzola. Cominciava così la sua formidabile avventura da professionista.
Da lì al 1977, 572 partite e 162 gol con l'Inter. Quattro scudetti (1963, 1965, 1966, 1971), due Coppe dei Campioni (1964, 1965), due Coppe Intercontinentali (1964, 1965). Divenne, Sandro Mazzola, un calciatore proverbiale. Prima attaccante velocissimo, pronto a sfruttare, con Jair, i lanci millimetrici di Suarez o i passaggi filtranti di Mariolino Corso, poi, dal 1967, mezzala di qualità eccelsa, il dribbling come tratto distintivo, il tiro secco, sempre in anticipo, come sigillo di un gioco comunque verticale.
La doppietta contro il Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni nel 1964, al Prater di Vienna. Di fronte Di Stefano e Puskas, Gento e Santamaria. Tutti capiscono, egli per primo, che Sandro Mazzola non è Valentino ma è degno di lui. Per un decennio abbondante sarà, Sandro Mazzola, uno dei più forti calciatori del mondo. Anche con la nazionale. Campione d'Europa nel 1968, vice campione del mondo, nel 1970 in Messico, dopo la famosa staffetta con Rivera, con il quale anima una rivalità letteraria: Inter di qua, Milan di là. Coppi e Bartali, Mazzola e Rivera, Benvenuti e Mazzinghi, Saronni e Moser. La storia dello sport italiano. Simbolo della Grande Inter, vince anche dopo l'addio di Herrera. Nel 1971 è il capitano dei nerazzurri scudettati, che rimontano il Milan, con Invernizzi in panchina. Si ritira nel 1977 e subito diventa dirigente, con Fraizzoli presidente. Porta all'Inter, dal Brescia, Altobelli e Beccalossi, richiama Zenga e saluta, arrivato Pellegrini, con Karl Heinz Rummenigge. Ritorna all'Inter con Moratti, nel 1995: nel 1997 conclude il passaggio in nerazzurro di Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo.
Il gol in serpentina contro il Vasas Budapest, Coppa dei Campioni, dicembre 1966, quello in nazionale contro la Svizzera, dopo sei palleggi consecutivi, nel 1970, sono due immagini, fra molte altre, incancellabili di un calciatore leggendario che ha caratterizzato non solo la storia di questo sport ma un'epoca. Ma forse, più di questi, andrebbe ricordato il gol nella semifinale d'andata di Coppa dei Campioni del 1964, a Dortmund. Mazzola converte in gol un cross di Jair con un magnifico tuffo baso di testa, in anticipo sul marcatore tedesco: coordinazione acrobazia e coraggio a sublimare una tipica azione di quell'Inter tutta verticale. Brera lo considerava, appena meno di Rivera, un abatino. Sbagliava e sbagliava di grosso. Mazzola aveva, all'occorrenza, anche un coraggio leonino. E doti precipue di leadership. Quando, in nazionale, era necessario un confronto con gli avversari, era lui che parlamentava per tutti. Per Rivera e Riva, per Facchetti e De Sisti fino a Chinaglia.
Con la nazionale italiana, 70 partite e 22 gol. Secondo al Pallone d'Oro, cui fu candidato 9 volte, nel 1971, dietro Cruijff e davanti a George Best.
Gli anni '60, in particolare, non si possono raccontare senza pensare a Mazzola e alla Grande Inter: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez e Corso. Che la terra gli sia lieve.
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