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mercoledì 6 maggio 2026

Evaristo Beccalossi: la poesia del numero dieci

Mi chiamo Evaristo e scusate se insisto

Un talento più bizzarro che bizzoso, scapigliato e scanzonato, Evaristo Beccalossi, mancato oggi a pochi passi dai 70 anni, ha rappresentato come pochi la magia associata al suo numero di maglia: il 10. Partito da Brescia, arrivò a Milano, sponda nerazzurra, nel 1978, per formare con Altobelli una coppia offensiva leggendaria. Grande intuizione di Mazzola, che trova accoglienza presso il presidente Fraizzoli. Sotto la guida severa del sergente di ferro Bersellini, Beccalossi a inventare e ispirare, "Spillo" a concludere e segnare. La caratura tecnica dei due assi, tuttavia, era tale da permettere anche uno scambio di ruoli nella commedia che andava in scena ogni domenica e, nelle coppe europee, qualche mercoledì. Beccalossi la vita dell'atleta non la faceva: caffé e sigaretta, sigaretta e caffé, caffé e sigaretta. Nessuna palestra, solo campo per allenarsi, mai troppo intensamente. Passo felpato, poco, pochissimo dinamismo, ma tocco fatato. Mancino o destro? Lo ricordiamo mancino, come all'Inter già Skoglund e Corso e poi Recoba. In realtà, Beccalossi era capace di qualsiasi giocata con entrambi i piedi. La storica doppietta rifilata al Milan nell'ottobre del 1979 la segnò di destro. Dribblava Beccalossi, dribblava sempre. Tanto che Brerà lo chiamava Dribblossi. Finte e dribbling, dribbling e finte. Gli bastava il primo controllo, per mandare al bar il marcatore di turno. Non aveva bisogno di accelerare. Se in giornata, era immarcabile. Uno come Lew Hoad nel tennis o Gianni Bugno nel ciclismo. Magari non il più forte sempre. Ma in certe occasioni, non c'era gara. Beccalossi era estro puro, invenzione sorprendente, suono fuori spartito, immaginazione visionaria: scorgeva percorsi invisibili a tutti gli altri, dai quali far transitare i suoi passaggi illuminanti. Aveva, sentiva il tempo del gioco, sapeva leggere la musica del calcio. Restò all'Inter dal 1978 al 1984. Ma la sua parabola, breve e abbagliante, iniziò la traiettoria di discesa già nel 1982, quando, a ventisei anni, Bearzot gli negò il mondiale di Spagna, quello che poi gli azzurri avrebbe vinto trionfalmente. Bearzot difendeva il gruppo e il suo fantasista di riferimento, Antognoni. Convocare Beccalossi, che aveva tifosi appassionati e incoercibili, anche tra i giornalisti, avrebbe suscitato polemiche che Bearzot voleva evitare. Ebbe ragione lui, perché vinse? Non so. Certo desta impressiona che uno dei massimi talenti del nostro calcio abbia poi chiuso la carriera con nessuna presenza nella nazionale maggiore. Andò via dall'Inter presto, per la Sampdoria, nel 1984, dopo aver trascorso gli ultimi due anni a litigare calcisticamente con Hansi Muller, mancino, solo mancino, tedesco che pretendeva di giostrare nella sua stessa zona di campo. E che la palla la passava poco. "Più facile giocare con una sedia che con Hansi Muller. Se tiri addosso a una sedia, almeno, il pallone ti ritorna" avrebbe commentato Beccalossi con la sua graffiante ironia. In ogni caso, aveva scritto pagine di storia. Buona parte dello scudetto del 1980, il dodicesimo nerazzurro, si deve, comunque a Beccalossi, che con l'Inter conquistò anche la Coppa Italia del 1982, fermandosi, in Coppa dei Campioni, alla semifinale del 1981 contro il Real Madrid. Altri hanno conquistato più trofei, sì, questo è vero. Ma, Beccalossi è andato oltre i trofei, al di là dei titoli e dei numeri. La magia, la sua magia, così spontanea, così repentina, così inaspettata e naïf, non ne aveva bisogno, non ne ha avuto bisogno. Di Beccalossi si ricordano tutti.

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