La storia dell'Inter è contrappuntata di giocatori di valore che, arrivati a Milano, hanno tradito le attese. I casi attuali di Quaresma e Mancini sono eloquenti in tal senso. Il portoghese era nel suo paese un talento indiscutibile. Discontinuo quanto si vuole, ma, comunque, un talento. In Italia litiga con il pallone come fosse alle prime armi. Non salta l'avversario, non indovina un tiro che sia uno, non rientra, boccheggia sulla trequarti. Mancini, dal canto suo, nella Roma faceva faville, segnava gol clamorosi, risultava spesso decisivo. Ora, sta ai margini del gioco, si nasconde, non cerca nemmeno le giocate che l'avevano reso famoso. Un'involuzione difficile da spiegare. Conosciuta, a suo tempo, anche da Pancev, da Bergkamp, da Sukur, tanto per citare qualche nome. Ora, può darsi che qualcuno soffra il "miedo escenico" del Meazza, uno stadio che mette soggezione, oltre all'impazienza di una tifoseria esigente come quella nerazzurra. Oppure l'ansia di risultati, che, tuttavia, almeno in Italia, ultimamente arrivano. Può darsi. Rimane però questa stranezza.
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