Cala il sipario sulla carriera del più grande giocatore del mondo degli ultimi quindici anni. Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, lascia il calcio, estenuato dai tanti infortuni, che hanno terremotato la sua vita agonistica. Atleta impareggiabile, capace di accelerazioni proverbiali, eseguite, quel che più conta, palla al piede, complessione da mezzofondista veloce, scatto da sprinter, tecnica da funambolo, senso, anzi sentimento, del gol acuito da un talento immenso, da vero predestinato. Eroe tragico, che avrebbe avuto un ruolo da protagonista in un'opera di Eschilo o di Sofocle, ha sperimentato quella che gli antichi chiamavano l'invidia degli dei. Talmente bravo da ricevere, come beffardo contrappasso, frecce acuminate tra i muscoli e sui legamenti. A terra, all'Olimpico, nel 2000, la sua faccia rigata di lacrime fece il giro del mondo. Lo stesso compiuto da suoi gol metastorici, perché davvero oltrepassavano quella che, fino ad allora, era stata la storia del calcio. Tra il 1996 ed il 1998, prima al Barcellona e poi all'Inter, fu un cannoniere tremendo, un prodigioso artista del pallone, tale da poter reggere il confronto con Meazza, Di Stefano, Pelé e Maradona. Rischiò di smettere di giocare. Ma, tornò. Il suo gol, maglia nerazzurra, nel dicembre del 2001, fu accolto trionfalmente sui campi di tutta Italia. Perché Ronaldo era patrimonio di tutti. Di lì a pochi mesi avrebbe vinto, da capocannoniere, il mondiale con il Brasile. Nella storia della Coppa del Mondo, in totale, quindici gol, come lui nessuno mai. 442 gol in carriera, 62 con il Brasile, secondo soltanto a Pelé, ma prima di tutti gli altri. Capocannoniere della Liga, due volte, del campionato olandese, della Coppa America e, s'è detto, del Mondiale. Infedele alle bandiere, ha giocato nel Cruzeiro e nel Psv, nel Barca e nell'Inter, nel Real e, tutti possono sbagliare, nel Milan. Infine, nel Corinthians. Ingrassato a dismisura, nemico giurato della vita disciplinata e rigorosa, ha continuato a distillare calcio anche con il fisico dilatato di un impiegato pingue. Lascia il calcio a 34 anni e mezzo. Perché il tempo non si può fermare. Come non potevano fermare lui quei difensori ridotti al rango di birilli, scartati, sorpresi, fulminati, seminati in quei tanti slalom che soltanto Ronaldo sapeva inventare. Giù il cappello.
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