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martedì 21 dicembre 2010

Un saluto a Bearzot

Con Bearzot, muore l'ultima immagine antica del calcio. Mediano di corsa e di raziocinio nell'Inter e nel Torino durante gli anni felici del secondo dopoguerra, aveva intrapreso la carriera di allenatore, cui era intimamente vocato. Prima la nazionale under 23, poi, quella maggiore. Ai mondiali del 1978, nell'Argentina della dittatura e dei desaparecidos, la sua Italia, per unanime giudizio, mostrò il calcio più bello ed il quarto posto non premiò appieno quella squadra nella quale si affacciavano giovani campioni come Rossi e Cabrini. L'apoteosi, dopo un nuovo quarto posto agli Europei casalinghi del 1980, giunse al Mundial spagnolo del 1982. Prima tre pareggi scialbi nel girone eliminatorio, la critica scatenata, i giocatori che scelgono il silenzio stampa e false cassandre che pronosticano una precoce eliminazione. Poi, la resurrezione inattesa, contro l'Argentina campione uscente di Passarella e Maradona e la clamorosa vittoria per 3-2 contro il Brasile di Falcao e Zico, di Junior e Cerezo ed Eder. Tre gol di Paolo Rossi, reduce da due anni di inattività per squalifica, convocato e tenuto in campo nonostante una forma approssimativa: la preveggente ostinazione di Bearzot. Da quel momento, l'Italia impazzisce, tornano le bandiere tricolori per le strade, bandite dalle paure mollicce dei padri costituenti. L'Italia batte anche la Polonia: due gol di Rossi. Ed in finale la Germania Ovest. Il giovanissimo Bergomi marca il biondo, Kalle Rummenigge, pallone d'oro in carica, segna Rossi, capocannoniere, segna Tardelli, per gettare un urlo che diventerà icona e simbolo di un'epoca, ed infine Altobelli, per far esclamare al Presidente Pertini sugli spalti: non ci prendono più. L'Italia è campione del mondo, tre volte campione del mondo, dopo il 1934 ed il 1938. Bruno Conti, ala destra, ma mancino, impareggiabile, è il miglior giocatore del mondiale. Tutti, da Antognoni, che salta la finale per infortunio, a Collovati, dall'immenso Scirea a Gentile, da Oriali al capitano Zoff, festeggiano "il vecio", come affettuosamente chiamano Bearzot. L'artefice di quel successo inaspettato eppure indiscutibile, che scatena un entusiasmo popolare senza precedenti. Una grande difesa, un centrocampo di nerbo, Tardelli ed Oriali, e di genio, Conti ed Antognoni, la vena di Rossi, la proverbiale generosità di Graziani, la spensierata forza di Bergomi, la signorile classe di Altobelli: giocavano la cosiddetta "zona sporca", idea rivoluzionaria di Bearzot, coi marcatori che si scambiavano gli attaccanti, due mezze punte e la regia confinata all'ala, quella di Conti, vero direttore dell'orchestra messa assieme dal tecnico friulano. Il trionfo più bello. Nemmeno un poco offuscato dall'avventura breve di Messico '86, dove Bearzot pagò ai suoi uomini un debito di riconoscenza. Se ne va un grande uomo di calcio. Un gran gentiluomo. La terra gli sia lieve.

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